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Epilessia e patente
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Le persone affette da epilessia possono ottenere la patente, se alcune condizioni sono soddisfatte, dietro presentazione alla Commissione Medica locale di un modulo che deve essere compilato e firmato da un neurologo di struttura pubblica.

La normativa vigente ha accolto le Direttive della Comunità Europea del 2009 e consiste nel Decreto del Ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, pubblicato sulla G.U. del 27/12/2010, con successivi regolamenti attuativi contenuti nel Decreto Legislativo del 18/4/2011 (GU n. 99 del 30/4/2011) e nella Circolare del Ministero della Salute del 25/7/2011. Rispetto al passato, quando per ogni forma di epilessia era richiesta l’assenza di crisi da almeno due anni, attualmente è sufficiente un periodo libero da crisi di almeno un anno per poter richiedere o rinnovare la patente A e B.

La nuova normativa inoltre introduce la distinzione fra epilessia (due o più crisi epilettiche non provocate a distanza di meno di cinque anni una dall’altra) e crisi epilettica provocata (scatenata da una causa identificabile e potenzialmente evitabile), quest’ultima compatibile con la guida se il fattore provocante non si ripeterà. Inoltre, fra le epilessie si distinguono le forme caratterizzate da crisi esclusivamente in corso di sonno e quelle con crisi senza effetto sullo stato di coscienza e sulla capacità di azione (in questi casi la patente può essere concessa dopo un periodo di osservazione di almeno un anno, in assenza di altri tipi di crisi). La ricorrenza di crisi dopo la sospensione del trattamento (per decisione del neurologo) in chi è senza crisi da periodi prolungati vieta la guida per soli tre mesi, qualora la terapia sia ripristinata.

Un fatto ancora più significativo è il riconoscimento da parte della nuova legge del concetto di guarigione: dopo 10 anni senza crisi epilettiche e senza terapia, le persone sono dichiarate clinicamente guarite dall’epilessia e non sono più soggette a restrizioni.
Le persone che invece non hanno crisi da almeno cinque anni ma assumono ancora farmaci potranno avere un periodo di idoneità alla guida maggiore di quello regolarmente autorizzato (due anni), a discrezione della Commissione Medica Locale.

Tutte le regole sopra descritte valgono per le Patenti A e B. Le Patenti cosiddette commerciali (C, D ed E) sono sottoposte a limitazioni maggiori: in questi casi è richiesto che la persona non abbia crisi e non assuma farmaci da almeno dieci anni (che sia quindi guarito dall’epilessia) ma anche che l’EEG non presenti alterazioni di tipo epilettico. Da tenere comunque in considerazione che anche in questo caso i vantaggi della nuova normativa sono notevoli in quanto la precedente legge escludeva del tutto la possibilità di ottenere le patenti commerciali, anche a chi era formalmente guarito.

Epilessia e gravidanza
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L’epilessia è una patologia ancora ‘misteriosa’, per chi la vede dall’esterno, sulla quale esistono ancora tanti tabù e pregiudizi. Non ultimo quello secondo il quale una donna affetta da epilessia deve rinunciare al desiderio di diventare mamma. E invece oggi, grazie a nuove tipologie di farmaci, l’epilessia può essere efficacemente tenuta sotto controllo e consentire tranquillamente di vivere l’esperienza della maternità, anche se sarà inevitabile adottare maggiori attenzioni.

Come è possibile, per una donna che soffre della malattia, affrontare una gravidanza
Rispetto al passato oggi è più facile grazie soprattutto a una più ampia scelta di farmaci, che consentono di tenere sotto controllo efficacemente le crisi epilettiche e di ridurre al minimo i rischi. È fondamentale, però, che la gravidanza venga pianificata, di comune accordo con il neurologo e il ginecologo che seguono la paziente, e che la patologia venga trattata e monitorata adeguatamente nel corso dei nove mesi.

Epilessia e rischio di complicazioni in gravidanza
Il maggior rischio è legato principalmente all’esposizione ai farmaci antiepilettici, che possono far aumentare fino a due-tre volte la possibilità di sviluppare malformazioni congenite come il labbro leporino, alcune patologie cardiache, gravi forme di scoliosi o deficit neuro-cognitivi. Ma si tratta di malformazioni che, già di per sé, presentano un rischio basale molto basso. D’altro canto bisogna considerare che l’insorgenza di una crisi epilettica di una certa entità, soprattutto durante il primo trimestre di gravidanza, può essere particolarmente pericolosa, poiché provoca una riduzione dell’ossigenazione al bambino e questo potrebbe causare un parziale distacco di placenta o danni malformativi anche molto seri. Tali rischi, però, possono essere notevolmente ridotti dalla scelta di nuovi farmaci che possiedono un profilo di sicurezza maggiore, come lamotrigina,topiramato e levetiracetam, e dosando con attenzione il farmaco nel corso dei nove mesi, anche se il rischio teratogeno non può essere mai completamente azzerato.

Come deve essere modificata la terapia
Dal momento in cui si desidera programmare una gravidanza, è opportuno semplificare il più possibile la terapia antiepilettica fino ad assumere – idealmente, perché non sempre è possibile mantenere un’adeguata protezione – un solo farmaco scelto tra quelli meno teratogeni e al dosaggio minimo efficace. Salvo casi ben precisi, invece, non è quasi mai raccomandabile sospendere del tutto la terapia, poiché i rischi in caso di crisi potrebbero essere maggiori dei benefici. La posologia dovrà poi essere adeguata nel corso della gravidanza: le modifiche fisiologiche che avvengono in gestazione, come l’aumento di peso e del volume corporeo, possono infatti diluire la concentrazione del farmaco nel sangue, per cui ogni tre settimane circa sarà necessario controllare i livelli ematici della sostanza assunta per evitare che scenda sotto la soglia di guardia e favorisca lo scatenamento delle crisi. Va evidenziato, inoltre, che nelle donne affette da epilessia la supplementazione con acido folico già prima del concepimento – allo scopo di prevenire difetti a carico del tubo neurale come la spina bifida – assume un’importanza ancora più rilevante, poiché quasi tutti i farmaci antiepilettici interferiscono con l’assorbimento di vitamina B12 e acido folico. Di conseguenza, occorrerà assumere scrupolosamente i dosaggi raccomandati, solitamente di 0.4 mg al giorno.

Le variazioni della malattia nel corso dei nove mesi
L’andamento del disturbo è in gran parte determinato dai passi fatti sin dall’inizio della gravidanza: un buon controllo delle crisi, l’adozione di una monoterapia – quando possibile – e l’adozione di corrette abitudini sono tutti fattori ‘protettivi’. Oltre alla terapia farmacologica, infatti, è importante aderire a uno stile di vita il più regolare possibile, garantendo il riposo notturno, evitando qualunque sostanza stimolante e situazioni a forte carica emotiva che possano risultare stressanti e che quindi potrebbero – ma il condizionale è d’obbligo – costituire un fattore scatenante.

Il figlio di madre epilettica ha maggiori probabilità di sviluppare il disturbo?
Una lieve predisposizione esiste, come nel caso di molte altre malattie, ma si tratta di un rischio di poco superiore rispetto a chi non nasce da madre epilettica.

Esami o monitoraggi specifici durante la gestazione
Generalmente non sono necessari controlli diversi rispetto a quelli effettuati per le gravidanze comuni, a eccezione del dosaggio dei livelli plasmatici del farmaco antiepilettico e a un monitoraggio periodico con elettroencefalogramma, raccomandabile prima della gravidanza e poi ogni tre-quattro settimane: un esame strumentale che consente di misurare l’intensità delle anomalie epilettiformi e di cogliere eventuali segnali premonitori di una crisi, in modo da intervenire preventivamente con l’adeguamento della terapia.

Travaglio e parto
Il travaglio e il parto sono momenti un po’ più critici per una serie di fattori, tra cui lo ‘stress’ indotto dall’evento, le rapide modifiche di parametri fisiologici come la concentrazione di certe sostanze nel sangue e l’iperventilazione, che possono favorire l’attività epilettica a livello cerebrale. È raccomandabile, quindi, rivolgersi a un centro ostetrico attrezzato e preparato all’evenienza di una crisi, che richiederebbe la somministrazione tempestiva di farmaci per via endovenosa e un monitoraggio delle funzioni vitali del feto, per poter intervenire anche d’urgenza qualora necessario.
È da evidenziare che in donne epilettiche che assumono il trattamento per tutta la gravidanza, l’incidenza di parti prematuri è un po’ più elevata. Analogamente più elevata è la possibilità di generare bambini lievemente sottopeso rispetto all’età gestazionale.
Per quanto riguarda il tipo di parto, la donna può partorire tranquillamente per vie naturali, ma è sconsigliabile il parto in acqua, che se si verificasse una crisi aumenterebbe il pericolo per la madre e per il feto. Nessuna problema a sottoporsi all’analgesia epiduraleo ad affrontare un’anestesia in caso di cesareo, l’importante è che l’anestesista sia al corrente della patologia e dei farmaci assunti dalla donna. Nessuna controindicazione, infine, per l’allattamento al seno.

Epilessia e dieta
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Attualmente l’epilessia è considerata una malattia curabile nell’70/80% dei casi. Diverse sono le strategie di trattamento: mono o politerapie farmacologiche, l’ablazione chirurgica della zona e/o lesione epilettogena, la stimolazione del nervo vago e la dieta chetogenica.

La dieta chetogenica è una dieta normocalorica, ad alto contenuto di grassi e basso contenuto di zuccheri, il cui nome deriva dal fatto che questo tipo di alimentazione porta alla formazione dei “corpi chetogeni”.

La dieta chetogenica non è una scoperta recente. Essa, infatti, ha origini antiche che datano fin dai tempi di Ippocrate, epoca in cui fu osservato una riduzione delle crisi convulsive in corso di digiuno. A partire dagli anni ’20, negli Stati Uniti, si inizio a indurre lo stato metabolico del digiuno mediante una modificazione della dieta, come trattamento delle crisi epilettiche. All’inizio degli anni 90, sostenuta dall’onda mediatica di un film per la TV “First do no Harm –Un passo verso il domani”, interpretato da Meryl Streep, la dieta chetogenica è stata riproposta al mondo scientifico dalla John Hopkins University, secondo protocolli strutturati, come trattamento alternativo per i soggetti con epilessia farmaco resistente. Studi scientifici hanno confermato, in supporto alle osservazioni cliniche, una riduzione dell’eccitabilità e della trasmissione neuronale. Tale trattamento viene proposto attualmente come ulteriore strumento terapeutico nella cura delle epilessie resistenti al trattamento farmacologico e in alcune specifiche patologie con epilessie.

A Bologna questa particolare dietoterapia è stata introdotta nel 1997 dall’Ospedale Bellaria ad opera dell’Unita Operativa di Dietologia su invito dell’Unità Operativa di Neurologia. A partire dal 2004 anche la Unita Operativa di Neuropsichiatria Infantile dell’Ospedale Maggiore, (oggi l’U.O. opera presso l’Ospedale Bellaria IRRCS) ha iniziato ad utilizzare la dieta in età pediatrica. Ad oggi i pazienti pediatrici che hanno seguito questo trattamento sono oltre 20 e circa la metà hanno ottenuto la riduzione di più del 50% delle crisi. In alcuni pazienti è stato possibile anche ridurre la terapia farmacologica.
La dieta chetogenica modifica le abitudini alimentari e per la sua corretta applicazione richiede in ambito ospedaliero l’intervento in equipe del dietologo e del medico epilettologo e in ambito extraospedaliero il coinvolgimento di tutto il contesto familiare e della scuola. Pertanto necessaria un’adeguata selezione e preparazione dei pazienti e dei familiari. La dieta chetogenica è una dieta personalizzata da utilizzare per periodi transitori,che per quanto possibile e nel rispetto ei protocolli stabili,si adatta alle esigenze del paziente. Attualmente esistono diversi protocolli che differiscono tra di loro per qualità e quantità dei grassi contenuti e che consentono una maggiore adattabilità. Viene impostata nel corso di un ricovero ospedaliero,eseguita dopo le dimissioni nel tempo con controlli ambulatoriali dietologici e neurologici ogni 3-6 mesi.

La dieta chetogenica rappresenta oggi uno strumento di trattamento delle epilessie valido in supporto alla terapia farmacologica. Anzi quando è efficace, può consentire una riduzione del “carico”farmacologico influendo cosi positivamente sullo sviluppo psico-motorio e cognitivo del bambino. In molti bambini, inoltre si è osservato anche un miglioramento della capacità attentiva.

Pronto Intervento
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Una crisi tonico-clonica, definita genericamente “convulsioni”, in una persona epilettica non è un’emergenza medica.
La crisi infatti, di regola, cesserà spontaneamente in 1-2 minuti lasciando una sensazione di stanchezza, stordimento, talora confusione mentale.
E’ importante restare calmi perché, per quanto la crisi possa essere impressionante da vedere, nella maggior parte dei casi recede senza lasciare nessun esito e non rappresenta quasi mai un pericolo per la vita.
I rischi maggiori sono legati al trauma che la persona può provocarsi cadendo a terra.

Senza titolo

Di fronte a una crisi epilettica di questo tipo:

  1. Non spaventarsi!
  2. Se la persona cade, tenerla distesa su un fianco, NON bloccargli i movimenti, NON inserire alcunché in bocca, assicurarsi però che non vi siano ostacoli alla respirazione.
  3. Proteggere la testa con cuscini o qualcosa di morbido, per evitare che si ferisca, senza bloccarne i movimenti.
  4. Fare spazio e togliere dalle vicinanze gli oggetti taglienti o appuntiti.
  5. Evitare che troppe persone gli si affollino intorno.
  6.  Togliere eventuali occhiali, allentare vestiti stretti.
  7. Controllare la durata della crisi con un orologio e osservare bene cosa succede durante la crisi per poterla descrivere successivamente al medico o ad un parente.
  8. Se la crisi non si risolve entro 3-4 minuti, chiamare il 118.
  9. Al termine della crisi tranquillizzare la persona e fornirgli l’assistenza necessaria.

Oltre a quando già detto al p.8, una crisi epilettica deve essere considerata un’emergenza e bisogna quindi chiamare subito il 118 quando:

• la crisi avviene in acqua, nel caso di attività sportiva in piscina;
• la persona si è ferita o è diabetica;
• una seconda crisi insorge subito dopo che è appena cessata la prima;
• la persona non riprende conoscenza subito dopo le convulsioni.